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lunedì 3 giugno 2013

DETERGENTE ECO BIO MULTIUSO FAI DA TE



Ecco come ottenere un detergente eco bio multiuso all’arancia

Stagionale e profumato, darà alle vostre pulizie un tocco di profumo e la voglia di pulire che spesso ci manca!
Di facilissima e veloce preparazione e a bassissimo costo e impatto ambientale, consente di riciclare le bucce dei nostri agrumi che verrebbero spesso gettate via!
Gli ingredienti sono:
-50 ml di aceto bianco
-50 ml di alcool denaturato (il classico rosso!)
-400 ml di acqua tiepida (anche calda va benone)
-scorze di agrumi: quelle che avrete a disposizione (nel mio caso avevo un’arancia e un pompelmo, ma vanno bene anche mandarini, limoni ed altro mixati oppure un agrume unico)
In un vaso capiente metterete le scorze aggiungerete l’alcool e l’aceto, poi con un cucchiaio schiacciate le bucce per fare uscire il succo e gli olii essenziali poi in ultimo ho aggiunto l’acqua tiepida o calda , ho chiuso con il coperchio e ho agitato per bene.
Fate riposare un giorno intero, poi filtrate e mettete  in uno spruzzino, donerà profumo ed igiene in ogni spazio della casa!


FONTE: ilfattoquotidiano.it

DIAGNOSI SBAGLIATA: MUORE DI LEUCEMIA DOPO 34 MESI DI CHEMIOTERAPIA


Le era stato diagnosticato un tumore maligno al fegato con metastasi, aveva invece un angioma gigante



LECCE — «Giustizia per mia madre». È quanto ha chie­sto Marianna Perez, una dei tre figli di Bruna Perrone, una contadina di 58 anni di Gua­gnano, vittima di un vero e proprio calvario medico che l’ha portata alla morte. Ades­so, il sostituto procuratore Ni­cola D’Amato, ha allo studio un fascicolo nel quale compa­iono i nomi di dieci medici dei quali si dovranno stabilire ruolo e responsabilità.
IL FATTO - La storia di Bruna Perrone è quella di una diagnosi sba­gliata, tumore maligno al fega­to, di 34 mesi di chemiotera­pia e della morte per una leu­cemia fulminante, probabil­mente causata proprio dal massiccio bombardamento di immunosoppressori. In real­tà, la donna aveva un tumore benigno molto grande ma, no­nostante i valori del sangue non siano mai risultati altera­ti, hanno continuato a curarla come se avesse un terribile male. «La nostra speranza è che nessuno, mai più, debba vivere un calvario simile al no­stro», aggiunge la figlia, che ieri mattina, insieme a altri pa­renti di Bruna, ha partecipato alla conferenza stampa convo­cata dagli avvocati Stefano Prontera e Rocco Vincenti di Lecce.
IL CALVARIO - Tutto comincia il 14 luglio del 2004, quando, per accerta­re le cause di alcuni fastidi al­l’addome, la donna si sottopo­ne a una ecografia. Il 20 dello stesso mese, si eseguono ulte­riori accertamenti con una Tac con mezzo di contrasto e la diagnosi non lascia adito a dubbi: si tratta di un cancro al fegato di 18 centimetri con metastasi. Senza ulteriori in­dugi, Bruna Perrone viene sot­toposta a chemioterapia e la cura va avanti per ben 34 me­si, fino al 13 aprile del 2007, quando, nonostante le cure, la massa tumorale non si è ri­dotta e si decide di eseguire un’altra Tac. L’esito dell’anali­si è sconcertante: si tratta di un «angioma gigante del lobo epatico di destra e di piccoli angiomi nel lobo epatico di si­nistra». In altre parole, un tu­more benigno che non subi­sce trasformazioni e che spes­so è congenito.
L'EPILOGO - Per la famiglia di Bruna, pe­rò, non c’è nemmeno il tem­po di gioire per la bella noti­zia. Nel frattempo, la donna si è ammalata di leucemia fulmi­nante e la sua vita terminerà il 4 febbraio del 2009, dopo quasi cinque anni di inferno che l’hanno irrimediabilmen­te minata nel corpo e nello spirito.



FONTE: corrieredelmezzogiorno.it

martedì 5 marzo 2013

IL CORTISONE AUMENTA IL RISCHIO DI PANCREATITE ACUTA





Il cortisone , oltre ai noti e gravi effetti collaterali, potrebbe aumentare il rischio di pancreatiti. A sostenerlo è un nuovo studio del  Karolinska Institutet che mostra come questo ormone potrebbe aumentare il rischio di pancreatiti acute, che rappresentano la malattia più comune del pancreas e sono causate da una improvvisa infiammazione.  Lo studio e' il primo a mostrare in modo sistematico una relazione fra il cortisone medico e le pancreatiti acute. 

I ricercatori hanno coinvolto 6mila pazienti con pancreatite acuta che sono stati paragonati a un gruppo di controllo di 61mila soggetti, fra il 2006 e il 2008. I risultati hanno mostrato che le persone trattate con cortisone in pillole avevano un rischio di pancreatite del 70 per cento maggiore, rispetto al gruppo di controllo. 

risultati dello studio mostrano dunque una netta correlazione tra l’uso di cortisone in compresse e la pancreatite acuta. “Eppure – ha sottolineato il dottor Omid-Sadr Azodi – non esiste un aumento nel rischio osservabile per le persone che hanno utilizzato il cortisone per aerosol, come gli inalatori per l’asma. Ma alle persone che iniziano un ciclo di cortisone si raccomanda di astenersi dal bere e fumare, che sono noti fattori di rischio per la pancreatite acuta”.



FONTE: Informasalus.it



lunedì 4 marzo 2013

TINTURE PER CAPELLI POSSONO CAUSARE IL CANCRO


Le sostanze chimiche che si sviluppano nelle tinture per capelli, sia “casalinghe” che professionali utilizzate nei saloni di acconciature, sono ritenute cancerogene e possono aumentare il rischio di sviluppare una qualche forma di cancro.




Un team di ricercatori britannici, composto dai dottori David Lewis, John Mamaemail e Jamie Hawkes della Perachem Limited di Leeds ha messo in guardia dall’uso delle tinture per capelli perché sono un potenziale, quanto serio, rischio per la salute delle donne.

Il rischio che si corre utilizzando le tinture permanenti per capelli – sia quelle cosiddette casalinghe che quelle professionali utilizzate nei saloni di acconciature – è di sviluppare una qualche forma di cancro.
I ricercatori sono giunti alla loro conclusione dopo aver condotto una revisione sistematica sugli effetti delle sostanze contenute nelle tinture, e pubblicata sulla rivista internazionale Materials.
Queste sostanze, chiamate Ammine secondarie, che si trovano già in tutte le tinture permanenti per capelli, o si formano in esse, possono penetrare nell’organismo attraverso la pelle – oltre a rimanere sui capelli per settimane, mesi o addirittura anni dopo che il colorante è stato applicato.

Un altro dei problemi evidenziati nella ricerca sono le Nitrosammine (o N-nitrosamine): dei composti organici che si andrebbero a formare nel tempo con l’esposizione dei capelli della persona all’inquinamento dell’aria, i gas di scarico dei veicoli e anche il fumo di tabacco. Queste sostanze, ottenute per reazione chimica, sono altamente tossiche e ritenute cancerogene.
Nonostante l’uso di queste sostanze sia stato vietato in cosmesi, proprio a causa della loro cancerogenicità, per via di una semplice reazione chimica queste possono ancora generarsi, sottolineano i ricercatori: ecco pertanto perché le tinture per capelli possono divenire pericolose per la salute, anche se non contengono ammine. 


FONTE:la stampa.it




martedì 5 febbraio 2013

LATTE VACCINO E DERIVATI DICHIARATI NOCIVI IN RUSSIA




Sensazionale dichiarazione sulla principale emittente televisiva russa "Primo canale" del giorno 20 gennaio 2013. 
Un gruppo d'illustri professori dopo due anni di riflessione decide di informare il popolo russo sulla questione del latte vaccino. 

Le dichiarazioni sono forti ed univoche: "Il latte vaccino e tutti i suoi derivati sono la causa primaria di molte malattie di tipo degenerativo moderno e di molti tumori".

Questo video è stato tradotto in Italiano dalla web TV Veggie Channel affinché i media italiani ne prendano esempio ed abbiano il coraggio di diffondere questa oramai unanime ed internazionalmente riconosciuta evidenza scientifica.




Quando verrà abbattuto il muro di disinformazione anche in Europa e nel resto del mondo?



FONTE: veggiechannel.com



venerdì 21 dicembre 2012

FRANCIA, DENUNCIA BAYER: COLPITA DA ICTUS PER USO PILOLA ULTIMA GENERAZIONE.


La malattia colpisce Marion Larat a 18 anni lasciandola disabile al 65%. La causa viene individuata nell'uso di "Meliane", anticoncezionale dalla casa farmaceutica tedesca che ne rivendica una "maggiore efficacia". Ma altri pareri ne sottolineano i "gravi rischi di trombosi"





Marion Larat ha 25 anni. Ne aveva appena 18, quando, studentessa brillante e ragazza estroversa, fu colpita da un ictus. Dopo tre giorni di coma e nove operazioni nell’ospedale di Bordeaux, la sua città, Marion si è salvata. Ma non è più quella di prima. Soffre di emiplesia, afasia ed epilessia. Ha problemi nell’espressione orale e a livello motorio: è stata riconosciutadisabile al 65%. Come è potuto accadere? Dopo una serie di valutazioni e inchieste da parte della famiglia , sostenuta da alcuni medici, è stata trovata una risposta, un’ipotesi possibile: la causa sarebbe una pillola anticoncezionale di terza generazione che la giovane prendeva al momento del dramma. E’ la “Meliane”, prodotta dalla Bayer. E il 14 dicembre, proprio contro il colosso farmaceutico tedesco, Marion ha deciso di sporgere denuncia.
E’ il primo caso in Francia. E sembra che a ruota altri ne seguiranno. In realtà negli Stati Unitipiù di 13.500 ricorsi sono già stati presentati davanti alla giustizia contro la Yaz, altra pillola, stavolta di quarta generazione, ma sempre prodotta dalla Bayer. Procedimenti simili sono in corsoin Canada e Australia, ma anche in Svizzera e Germania. Ma è in Francia che la polemica sta diventando rovente negli ultimi mesi, tanto che, in settembre, Marisol Touraine, ministro della Sanità, aveva annunciato che lo Stato non avrebbe più rimborsato, come invece succede attualmente, l’utilizzo di queste pillole innovative, di terza e quarta generazione, a partire dal 30 settembre 2013. Nel frattempo la Haute autorité de santé (Has), autority pubblica indipendente della salute, ha rilevato in un rapporto che «il servizio medico reso da questi contraccettivi è insufficiente e si rileva un rischio di trombosi venose doppia rispetto alle pillole di seconda generazione».
Il tema è complesso. Bayer e gli altri produttori rivendicano una maggiore efficacia di queste pillole di 3° e 4° generazione, soprattutto per la limitazione dell’acne e dei dolori durante il ciclo mestruale. Per questo hanno riscosso un certo successo da parte delle donne: si stima che attualmente sarebbero tra un milione e mezzo e due milioni le francesi a farvi ricorso. Da parte dell’Has, lo abbiamo visto, si sottolineano i rischi di questi contraccettivi. Ma al tempo stessoBernard Delorme, responsabile dell’informazione dell’Ansm, l’Agenzia nazionale di sicurezza dei medicinali, altro organismo pubblico, ha sottolineato al quotidiano Le Figaro che «in valore assoluto i rischi restano relativamente deboli: inferiori, ad esempio, ai rischi di trombosi dovuti a una gravidanza. Sulla base degli ultimi studi condotti, possiamo stimare in Francia fra i dieci e i trenta i decessi dovuti ogni anno al ricorso a questo tipo di pillole».
Il problema è anche e soprattutto di informazione sui rischi, soprattutto alle persone che vi sono più esposte. Ritorniamo, appunto, al caso di Marion Larat. 
Dopo l’ictus, alcune analisi hanno rivelato che la giovane donna è affetta da un’anomalia genetica: è portatrice del fattore V di Leiden, una variante della proteina fattore V umana, che aumenterebbe il rischio di trombosi venosa. Nessuno però l’aveva messa in guardia sui rischi della pillola “Meliane” al momento di prescriverla, né è stata sottoposta ai controlli sui fattori di coagulazione. Fra l’altro nel 2006, quando si è consumato il suo dramma, i rischi di trombosi venosa di quella pillola di terza generazione non figuravano neppure sul foglietto illustrativo dell’anticoncezionale: avvertenza che è stata introdotta solo in seguito. Intanto anche Pierre Markarian, padre di Théodora, morta a 17 anni alla fine del 2007, si appresterebbe a fare causa contro la Bayer, giudicata responsabile del decesso della figlia. Poche settimane prima della sua scomparsa, Théodora stava già male. Ai genitori non aveva detto che aveva iniziato a prendere la pillola. Era andata in ospedale e aveva fatto delle analisi del sangue. Il padre le ha recuperate. Ed è venuto fuori che pure Théodora era affetta dalla sindrome di Leiden.
Per Jean-Christophe, avvocato difensore di Marion Larat, bisogna «sensibilizzare la popolazione ai pericoli di questo tipo di anticoncezionali». Perché – si chiede – le pillole di terza e quarta generazione, che sono più costose, più pericolose e non sono più efficaci delle precedenti restano ancora sul mercato?». I futuri processi in Francia cercheranno di trovare una risposta anche a questa domanda.

FONTE: ilfattoquotidiano.it

domenica 16 dicembre 2012

IL PARADOSSO DEGLI ANTIDEPRESSIVI: POSSONO AGGRAVARE LA DEPRESSIONE






Paradossalmente alcune tra le più diffuse classi di antidepressivi utilizzati anche in Italia possono aggravare la depressione stessa e provocare effetti avversi anche gravi. 
È quanto emerge da uno studio dei ricercatori canadesi della McCaster University.

La ricerca è stata effettuata paragonando gli effetti dei più moderni e diffusi antidepressivi, gli “inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina” (SSRI) ad un gruppo trattato con placebo. I livelli di serotonina alterati dai farm
aci possono produrre tutta una vasta gamma di effetti indesiderati: dai problemi digestivi a effetti collaterali più seri come difficoltà nella sfera sessuale, ictus e morte prematura.  
Pochi tra gli psicofarmaci esaminati nello studio offrono benefici per la maggior parte delle persone affette da depressione da lieve a moderata, mentre offrono un aiuto attivo soltanto ad alcuni tra i pazienti più gravemente depressi.

Dallo studio è poi emerso che gli antidepressivi SSRI interferiscono con l’attività cerebrale, lasciando il paziente vulnerabile ad una depressione di 'rimbalzo' che spesso si presenta con intensità ancora maggiore rispetto a prima dell’inizio della terapia.

I farmaci SSRI inoltre possono interferire con tutti i processi fisici che sono di norma regolati dalla serotonina: per esempio, quantità significative di questa sostanza sono presenti nell’intestino, in quanto essa è utilizzata per controllare la regolarità della digestione, formare coaguli di sangue nei punti di cicatrizzazione e anche regolare la riproduzione e la crescita dell’organismo, equesta è la ragione per la quale queste classi di psicofarmaci possono causare problemi di sviluppo nei minori.



FONTE: informasalus.it



martedì 11 dicembre 2012

LA DENUNCIA DELL'ISDE: "ACQUA CONTAMINATA POTABILE PER DECRETO"


Il rischio è che la normativa sulla potabilità diventi meno restrittiva con l'adozione di un nuovo valore di parametro per la microcistina-LR, un tipo di tossina prodotta dalle fioriture di alghe nocive. Gli esperti all'attacco, i deputati Ferrante e Della Seta (Pd) presentano un'interrogazione a Clini e Balduzzi



La normativa che regola la potabilità delle acque potrebbe presto diventare meno restrittiva. Le modifiche al Decreto legislativo 31/2001 – riguardante la qualità delle acque destinate al consumo umano –, proposte dallo schema di decreto messo a punto dai ministeri della Salute e dell’Ambiente, consentirebbero infatti “di erogare come potabile acqua contaminata da sostanze tossiche e cancerogene”. Questo l’allarme lanciato dall’Isde (International Society of Doctors for the Environment)-Italia.
Il decreto interministeriale, in base anche a quanto raccomandato lo scorso luglio dal Consiglio superiore di sanità, adotta un nuovo valore di parametro, quello per la microcistina-LR: un tipo di tossina d’acqua dolce prodotta dalle fioriture di alghe nocive. Fenomeno in costante aumento a causa dei cambiamenti climatici, “ma anche perché questi corpi idrici, per lo più laghi – spiega ailfattoquotidiano.it la dottoressa Antonella Litta, referente dell’Isde-Italia –, non vengono quasi mai tutelati”. Può succedere così che nei laghi o negli invasi artificiali, da cui si prelevano le acque destinate al consumo umano – come ad esempio i laghi di VicoGarda e Occhito – finiscano scarichi abusivi e soprattutto i fertilizzanti derivanti dalle attività agricole. In sostanza crescono rigogliosi gli ortaggi ed anche le alghe rosse. Certo, prima di arrivare nelle case dei cittadini, le acque subiscono i necessari processi di potabilizzazione e filtrazione. Non sempre però gli appositi meccanismi funzionano come dovrebbero, spesso proprio a causa delle numerose esplosioni di fioriture. I filtri, intasati, di conseguenza riescono soltanto a ridurre la presenza delle microcistine, ma non ad eliminarla del tutto.
La soluzione sarebbe perciò bonificare e tutelare i corpi idrici, come d’altronde prevedono gli obiettivi europei di qualità delle acque fissati per il 2015. Troppo dispendioso, meglio aggirare il problema. E dunque “col pretesto di colmare un presunto (e non reale) vuoto normativo”, denuncia la dottoressa Litta, viene inserita una cosiddetta soglia di sicurezza (1mg/l) per una sostanza che non dovrebbe in alcun modo essere presente nell’acqua potabile. Perché la microcistina è una sostanza classificata dall’Iarc, l’Agenzia internazionale di ricerca sul cancro, come cancerogeno di classe “2B”. Vero, un agente non così potente come l’arsenico – altro grande problema dell’acqua –, “ma è un apripista all’azione di cancerogeni più aggressivi – sottolinea la referente dell’Isde – ed anche un interferente endocrino”, in grado cioè di alterare il sistema ormonale. Inoltre, non essendo termolabili, resistendo cioè alle alte temperature, le microcistine vengono assunte dall’organismo umano anche attraverso i cibi cotti con l’acqua contaminata, oltreché con gli ortaggi (innaffiati) e naturalmente i pesci. Il decreto proposto dai ministeri della Salute e dell’Ambiente, e attualmente al vaglio della Commissione Imprese e Industrie dell’Unione europea, consentendo di fatto la presenza, seppur in quantità minime, di cancerogeni nell’acqua potabile, finirebbe pertanto, se approvato, per capovolgere la ratio di quella legge, emanata nel 2001 per recepire la direttiva europea del 1998. 
Verrebbe quindi disatteso l’articolo 4, che stabilisce che “le acque destinate al consumo umano debbano essere salubri e pulite”. E naturalmente la stessa direttiva della comunità europea. Nonché l’articolo 32 della Costituzione che “tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività”. Nei giorni scorsi all’appello lanciato dall’Isde, affinché quello schema di decreto venga rigettato dalla Commissione Europea – “per palese illegittimità, in quanto in conflitto con la vigente normativa europea ed italiana, inammissibilità, in quanto in contrasto con le evidenze scientifiche e le indicazioni della Iarc, dell’Oms e dell’Usepa, e perché in violazione del principio di precauzione” – si è unito anche il Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua. “Essendo impegnati da anni per il diritto all’acqua pubblica e di qualità, riteniamo assolutamente irresponsabile intervenire sulla normativa attuale modificandola in modo peggiorativo”, si legge nella nota diffusa dal Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua. Sensibili alla denuncia dei medici per l’ambiente anche i senatori Pd, Francesco Ferrante e Roberto Della Seta, che hanno presentato un’interrogazione a risposta orale, in commissione Ambiente e Territorio ai ministri Clini eBalduzzi, per chiedere “se non intendano urgentemente attivarsi affinché lo schema di decreto interministeriale venga immediatamente rivisto”.

Fonte: ilfattoquotidiano.it

domenica 9 dicembre 2012

TUTTI I GUAI DELLA CASA FARMACEUTICA MERCK: NON C' E' SOLO IL VIOXX






Dopo anni, l' affare Vioxx, l' antinfiammatorio ritirato dal mercato nel 2004 a causa delle sue gravi controindicazioni cardiache (responsabili di circa 27mila morti), continua a pendere sul capo del colosso farmaceutico americano Merck&Co. Trascinandone giù, oltre all' immagine, anche i profitti: a causa dei 4,85 miliardi di dollari di oneri legati al contenzioso, infatti, la casa farmaceutica ha chiuso il quarto trimestre del 2007 con una perdita di 1,6 miliardi di dollari. 
Al netto dei costi legali, la performance di Merck sarebbe stata positiva, segnando per l' anno appena concluso una crescita dei ricavi del 3% e dei profitti per 80 centesimi per azione, al di sopra delle aspettative. Ma gli strascichi del caso Vioxx, una delle più grandi tragedie della storia della farmacologia, non accennano a scomparire. L' azienda è stata infatti da poco messa sotto indagine federale dalla Grand Jury degli Stati Uniti, per determinare se abbia commercializzato il farmaco oltre gli scopi approvati dalla Food and Drug Association, l' ente statunitense responsabile, fra le altre cose, della verifica dei requisiti di sicurezza dei prodotti farmaceutici. 
Proprio quest' ultimo aveva dato l' ok, nel 1999, alla commercializzazione su suolo americano del Vioxx. Il farmaco è un antiinfiammatorio non steroideo, usato principalmente come antidolorifico nei casi di dolori cronici scatenati da osteoartriti, dismenorrea o emicranie. Dalla sua immissione sul mercato nel maggio del 1999, fino al ritiro nel settembre del 2004, sono stati più di 80 milioni i pazienti cui è stato prescritto il farmaco. Per la Merck&Co, settima nella classifica mondiale dei colossi della farmaceutica, si trattò di un vero e proprio colpo di mercato, capace di fruttare circa 2,5 miliardi di dollari di entrate all' anno, per un totale di 12,5 miliardi. Ma dopo il successo commerciale è arrivata la catastrofe. Degli studi successivi sull' efficacia dimostrarono che l' uso prolungato del farmaco causava un alto incremento del rischio di infarto e di ischemie. Le controindicazioni, gravissime e non notificate alla FDA al tempo dell' approvazione, divennero sempre più evidenti durante il periodo di diffusione del farmaco. Tanto da portare la Merck, nel settembre 2004, cinque anni dopo la commercializzazione, al ritiro volontario del farmaco dal mercato e alle dimissioni, l' anno seguente, dello storico ceo Raymond Gilmartin. Ma non c' è solo il Vioxx a turbare i sonni dei capi della Merck. Si stanno aprendo controversie per il Vytorin, un farmaco anticolesterolo sviluppato insieme con la ScheringPlough. Il prestigioso American College of Cardiology, infatti, non ha ritenuto accurati gli studi sul prodotto, presentati dalle due case farmaceutiche. Secondo delle ricerche indipendenti, infatti, il Vytorin, pubblicizzato dalla Merck come riduttore del colesterolo "cattivo" e ricostituente di quello "buono", non sarebbe più efficace delle statine, i farmaci anticolesterolo di origine alimentare utilizzate fino ad adesso. . Un duro colpo per la Merck and Co, anche se, ovviamente, come si sono affrettati a puntualizzare i vertici dell' azienda, non si tratta di un altro Vioxx: per ora non è morto nessuno. Ma con un' indagine federale sulle spalle, questo nuovo passo falso di certo non giova. A rischio, soprattutto, la fiducia di consumatori e medici curanti. Che ormai iniziano a identificare il colosso farmaceutico - anche quando non ci sono gli estremi con rischi legati alla salute. E che hanno bocciato il Vytorin prima ancora dell' American College of Cardiology: da settimane, ormai, le prescrizioni del farmaco, sul cui successo la Merck basava parte delle sue stime di crescita, sono in caduta libera. Ancora: bufere in vista per il Fosamax (un prodotto antiosteoporosi accusato nientemeno che di provocare delle fratture) e ora anche per il Gardasil, un vaccino contro il tumore alla cervice. Ma nulla è paragonabile, almeno per ora, alla bufera giudiziaria scatenata per il Vioxx. Sono 27mila le azioni legali, di cui 190 collettive, solo negli Stati Uniti. 
Nel novembre del 2007, la Merck ha accettato di pagare 4,85 miliardi di dollari per chiudere tutte le cause legali intentate dalle vittime del farmaco. 
L' accordo, raggiunto dalla Merck&Co dopo decine di riunioni con i team degli avvocati che rappresentano le vittime, avvenute in otto stati diversi, contiene una clausola importante: i pagamenti scatteranno solo se l' 85 per cento di coloro che hanno fatto causa accetterà di rinunciare ad ulteriori azioni legali. Per la Merck si tratta di un accordo vantaggioso, o almeno considerato tale dagli specialisti del settore, che stimavano cause per 50 miliardi di dollari contro il colosso, che invece è stato in grado di risolvere ha risolto il contenzioso con meno di un decimo della somma stimata e meno della metà delle entrate ricavate dalla vendita del farmaco. 
Ma proprio a causa della "soglia di accettazione" prevista dalla clausola, l' accordo rischia di non diventare mai operativo. La notizia dell' indagine iniziata da parte delle autorità federali degli Stati Uniti, infatti, come "effetto collaterale" potrebbe convincere chi ha mosso causa alla Merck&Co a non accettare il risarcimento proposto.

FONTE: Repubblica.it


venerdì 7 dicembre 2012

BIOLOGICO, NON SOLO GUSTO: GLI STUDI DICONO CHE FA VIVERE DI PIU' E MEGLIO.


Presentati oggi a Roma i risultati di nove progetti di ricerca statali sul cibo e l’agricoltura bio, che hanno coinvolto il Cnr e alcune importanti università d’Italia. 

I risultati testimoniano gli effetti positivi sulla salute delle persone che lo consumano


Che i prodotti biologici siano più buoni dei convenzionali è un fatto certo. Ma che siano più nutrienti, o meglio più salutari, è un argomento che è stato molto dibattuto negli ultimi mesi e anni. Specie dopo che due rassegne scientifiche sistematiche, una fatta in America e l’altra in Inghilterra, e ampiamente citate in quotidiani e libri di mezzo mondo, hanno mostrato che non ci sarebbero abbastanza studi per affermare che il biologico sia più salutare. Eppure oggi a Roma sono stati presentati i risultati degli studi di nove progetti di ricerca finanziati dal ministero delle Politiche Agricole Alimentari e Forestali, che hanno coinvolto il Cnr e il Cra e alcune importanti università italiane, e che mettono in luce il contrario: il cibo biologico è più salutare del convenzionale sotto diversi aspetti.
Ad esempio nello studio Biopomnutri si è visto che i pomodori biologici freschi e trasformati, rispetto a quelli convenzionali, sono più ricchi di antiossidanti e polifenoli, cioè micronutrienti di cui è stato ampiamente provato il legame con la prevenzione del cancro, delle malattie cardiovascolari e cronico-degenerative in genere. Dunque ci fanno vivere più sani e più a lungo. Anche perché, come dimostra lo studio Psnb-Cer demolendo una delle critiche più mosse al biologico, i prodotti da agricoltura biologica come ad esempio i cereali non contengono più micotossine di quelli convenzionali. Ma anzi, pur non avvalendosi di fungicidi, sono meno esposti a contaminazioni fungine, per la maggiore attenzione prestata alle buone pratiche agronomiche, in particolare la rotazione colturale e la diversa e ridotta quantità di residui vegetali delle colture precedenti. Quindi il prodotto biologico è più sicuro dal punto di vista igienico-sanitario. Tutto ciò porta a una riduzione di additivi nel prodotto biologico trasformato, con ulteriori effetti positivi sul benessere del consumatore: come l’eliminazione o la riduzione dell’anidride solforosa, ad esempio nel processo di trasformazione delle albicocche biologiche essiccate (studio Elisolqua) o nei vini biologici(studio Euvinbio). D’altra parte biologico significa, oltre a non usare Ogm, evitare fertilizzanti e diserbanti chimici di sintesi, insetticidi e anticrittogamici; adottare la rotazione delle colture e la salvaguardia dell’ambiente circostante per far prosperare la fauna utile; allevare animali con alimentazione da pascolo o foraggi biologico e senza uso preventivo di antibiotici. Ma biologico significa pure, nella fase di trasformazione dei prodotti, evitare coloranti, conservanti e inutili additivi.
Ovviamente, poi, nei prodotti da agricoltura biologica si trovano meno batteri resistenti agli antibiotici e soprattutto molti meno pesticidi, cioè fitofarmaci, che sono direttamente legati a diverse malattie, anche incurabili: fin dalla fase fetale della nostra vita. Gli effetti nocivi si aggravano enormemente, quando si combinano più pesticidi assieme. Peraltro è già accaduto che studi scientifici abbiamo trovato valori di pesticidi, nei prodotti agricoli convenzionali in Italia, superiori a quelli di legge. Invece l’agricoltura biologica si fonda sulle pratiche tradizionali dell’agronomia classica, più faticose, attribuendo una grande importanza alla scelta della varietà più adatta da coltivare. Quindi sulla biodiversità. Pertanto molti degli studi del ministero si sono concentrati sull’individuazione delle varietà più adatte al sistema di produzione biologico. Da ciò è emersa la prima forte criticità del settore: la difficoltà a reperire materiale sementiero e varietale adatto al biologico o prodotto con metodo biologico. Il settore vivaistico e quello sementiero sembrano ancora poco interessati al settore. La scarsità di materiale, unita alla grande eterogeneità di ambienti ove sarebbe necessario testare le varietà più adatte, è uno dei maggiori fattori limitanti non solo della ricerca ma anche della produzione. Un problema analogo lo si riscontra nell’acquacoltura biologica.
“Altri motivi per scegliere biologico – commenta la professoressa Laura di Renzo, dell’Università di Roma Tor Vergata coinvolta negli studi – sono una maggiore protezione anche da eczemi, asma e allergie. Ci sono poi effetti positivi sulla flora intestinale e quindi sulla produzione vitaminica. E si riscontra una minore incidenza di problemi neuro-comportamentali, osteoporosi ed emicrania. Abbiamo pure riscontrato un cambiamento della composizione corporea, con un aumento della massa metabolicamente attiva. Chi mangia biologico ha pure un aumento della folatemia e una riduzione dell’omocisteina, in pratica un minor rischio di malattie cardiovascolari e una riduzione dello stato infiammatorio in genere, oltre che dell’impatto ambientale”. Biologico infatti implica minor inquinamento, minor costo energetico e sovrasfruttamento delle risorse naturali. Insomma maggiore sostenibilità ambientale, salutistica e perfino economica, dato che non prevede costi per la rimozione dalle acque potabili delle sostanze chimiche provenienti dagli allevamenti intensivi.

FONTE: ilfattoquotidiano.it


mercoledì 5 dicembre 2012

GLI UOMINI PRODUCONO MENO SPERMA, COLPA DELLA CHIMICA E DELL'ALIMENTAZIONE SCORRETTA.


Il numero e la qualità degli spermatozoi sono in drastico calo. Fertilità maschile in discesa.


MILANO - La quantità di sperma degli uomini francesi è crollata drasticamente: un terzo in meno tra il 1989 e il 2005. Le cause di questa perdita - che incalza a un ritmo di quasi il 2 per cento annuo - è da scoprire, resta il fatto che i ricercatori lo considerano un serio problema di salute pubblica. Che non riguarda solo la Francia.
LO STUDIO FRANCESE - I dati, analizzati in uno studio pubblicato sulla rivista medica Human Reproduction, riguardano un campione di oltre 26.600 uomini tra i 18 e i 70 anni, e sono stati raccolti in 126 centri di salute riproduttiva. Il numero di milioni di spermatozoi al millimetro è diminuito del 32.3 per cento, a un tasso annuo dell’1.9 per cento. Se lo sperma in media rimane comunque dentro l’area della fertilità, la percentuale di quello dalla struttura "normale" è caduta al 33.4 per cento. «Per quanto ne sappiamo, si tratta del primo studio che riscontra una grave e generalizzata perdita nella concentrazione e nella morfologia dello sperma sulla scala di un Paese intero sull’arco di un considerevole periodo di tempo - ha detto Joelle Le Moal, una delle autrici dello studio, alla Bbc -. Ciò costituisce un serio allarme di salute pubblica.
I DATI ITALIANI - Nel nostro Paese i dati, risalenti a meno di un anno fa (e ottenuti su un campione di 2000 uomini), concludevano che i giovani maschi italiani sono meno fertili degli adulti: la conta degli spermatozoi dei diciottenni è risultata inferiore del 25 per cento a quella dei quarantenni. Gli esperti della Società Italiana di andrologia e medicina della sessualità hanno additato ambiente e alimentazione come le cause principali da imputare: gas di scarico, pesticidi, additivi alimentari e composti chimici, sostanze legali ma dagli effetti non ancora del tutto noti contenute in cibi, detersivi, detergenti e altri prodotti, che possono portare squilibri, provocando una marcata riduzione del numero e della qualità degli spermatozoi e compromettendo il potenziale di fertilità. Che, tra i giovani che abitano in città è del 30 per cento inferiore che tra quelli che vivono fuori.
UN DIBATTITO APERTO – Alcuni andrologi hanno però sottolineato il fatto che la conta di spermatozoi rilevati dallo studio francese rientra comunque nella normalità: da 73.6 a 49.9 milioni per millilitro (in un trentacinquenne medio); secondo gli standard dell’Organizzazione mondiale della sanità, il valore di 39 milioni per eiaculato è quello minimo di normale fertilità. Il dibattito sulla diminuzione della qualità media del liquido seminale maschile è aperto da vent’anni, e il recente studio francese aggiunge peso all’ipotesi di molti studi europei che tra i giovani del Vecchio Continente i parametri seminali siano effettivamente in costante peggioramento. Varie le ipotesi sulle cause, tutte però sostanzialmente riconducibili allo stile di vita moderno, che influiscono negativamente sulla vita sessuale e sulla fertilità: oltre all’alimentazione, appunto, che tra l’abuso di grassi saturi e quello di superalcolici pare un fattore davvero determinante, c’è per esempio lo stress. E poi sicuramente il fumo, che può incidere persino sulla fertilità dei figli. Anche il lavoro prolungato al computer, con connessione wifi e il riscaldamento globale potrebbero compromettere la fertilità. In realtà non si sa ancora quali siano i fattori principali, ma probabilmente è una combinazione di vari tra essi. Lo studio francese, peraltro attaccato da alcuni critici che mettono in dubbio la costanza dei criteri di valutazione della qualità del liquido seminale adottati nel corso dei 16 anni in cui è durata la ricerca, non è arrivato a nessuna conclusione sostanziale riguardo alle cause dello sperma indebolito, che restano quindi da indagare.

FONTE: corriere.it

TROPPE DIAGNOSI E ABUSO DI FARMACI. SIAMO TUTTI MALATI DI MENTE?



Siamo tutti matti? La quinta edizione del Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali (Diagnostic and Statistical Manual of mental disorders - DSM), che uscirà nel 2013, introduce 550 nuove sintomatologie. Anche la tristezza e l'astinenza da caffè potrebbero così essere classificate come malattie. Persino un dolore da lutto potrebbe presto essere diagnosticato come depressione.

"Con l’introduzione di nuove ‘sindromi’ nella prossima edizione del Dsm, quasi tutta la popolazione potrebbe essere diagnosticata di malattia psichica". 

A sostenerlo è lo psichiatra americano Allen Frances, già capo della Commissione che ha redatto la quarta edizione del manuale dei disturbi mentali, intervenuto durante il forum su 'Pharmageddon' (neologismo che sta a indicare i due problemi dell'iperprescrizione di farmaci e dell'utilizzo inutile di sostanze medicinali, per stati patologici o parafisiologici che non richiedono alcun intervento medico) che si è tenuto nella comunità di San Patrignano durante la quarta edizione del WeFree day.

Come ha spiegato Frances, "già oggi, ogni anno, il 25% della popolazione statunitense, circa 45 milioni di persone, si vede diagnosticare un disordine mentale, eventualità che accade alla metà della popolazione entro l’età di 82 anni". "Nel Dsm-IV - prosegue lo psichiatria - abbiamo cercato di essere più cauti possibile ma non abbiamo comunque evitato l’aumento delle patologie classificate a 357 e la conseguente tendenza per la quale le diagnosi di disordini bipolari sono aumentate del 40% rispetto a quanto avveniva con il Dsm-III, quelle di autismo sono cresciute del 25%, quelle di Adhd, la sindrome da iperattività e deficit di attenzione dei bambini, sono raddoppiati". 

"Un sistema diagnostico è importante per stabilire i confini tra malattia e normalità e determinare chi ha effettivamente necessità di farmaci", ha affermato Frances, "il problema è che negli ultimi anni abbiamo assistito a una vera e propria inflazione diagnostica, la cui responsabilità ricade su medici e case farmaceutiche".

"Ormai i produttori di droghe legali - denuncia lo psichiatra - sono più responsabili delle dipendenze dei produttori di droghe illegali. Il problema non è nella malafede dei membri della Commissione del Dsm ma nella loro appartenenza all’élite del settore psichiatrico. Non si rendono conto che le loro indicazioni, in mano a medici frettolosi, e non sempre competenti, con la pressione pubblicitaria delle industrie farmaceutiche, possono indurre gravi abusi.

Gli antipsicotici negli Stati Uniti sono i farmaci più venduti, con un giro d’affari di 50 miliardi di dollari all’anno, il 5% del totale. Le nostre attuali conoscenze fra l’altro non ci permettono la prescrizione preventiva degli psicofarmaci".

rischi di questa tendenza sono molto gravi.  Vengono infatti sottovalutati gli effetti collaterali delle prescrizioni di psicofarmaci. "Dall’aumento dell’obesità nella popolazione giovanile già ad alto rischio di sovrappeso (un aumento anche di un chilo a settimana), alla dipendenza. Ben trecento militari americani sono morti per avere assunto farmaci loro prescritti. Per questo è importante che i medici non eseguano le diagnosi troppo in fretta e che valorizzino le terapie relazionali rispetto a quelle farmacologiche".


FONTE: Informasalus.it

lunedì 3 dicembre 2012

MOLTI TUMORI AL SENO INVASIVI REGREDISCONO, SE NON TRATTATI



Una nuova ricerca pubblicata su The Lancet Oncology descrive la storia naturale dei cancri al seno rilevata nel programma svedese di screening mammografico tra il  1986 e 1990, che ha visto coinvolte 650.000 donne. 

Dato che le lesioni al seno e i tumori e persino i cosidetti cancri al seno vengono rimossi invasivamente  e/o trattati prima che se ne possa determinare con certezza la gravità e minaccia sulla salute, c'è stata poca, se non assente, ricerca su cio' che accade  quando vengono lasciati stare, ovvero lasciati alla loro storia naturale. 

Questo studio mostra per la prima volta  che le donne che avevano  maggiormente ricevuto uno screening al seno hanno avuto cancro al senso invasivo con una incidenza  cumulativa maggiore di 6 anni rispetto al gruppo di controllo che ne aveva ricevuto molto meno. Lo studio ha cosi concluso:

"Dato che la incidenza cumulativa tra i controlli non ha raggiunto quella dei gruppi sottoposti a screening , crediamo che molti cancri al seno invasivi diagnosticati con ripetute mammografie non si possano poi piu' rilevare con uno screening alla fine di 6 anni; questo ci suggerisce che il decorso naturale di molti cancri al seno invasivi rilevati con screening, sia quello di regredire spontaneamente"

Dovremmo essere sorpresi? 

Posto che il cancro al seno non è causato da una mancanza di screening al seno, o di chirurgia, o di radiazione, o di chemioterapia, non dovrebbe essere cosi difficile comprendere che se al corpo è data una opportunità di curare se stesso, spesso questi lo farà. Quindi quale miglior modo c'è di promuovere la guarigione se non quello di EVITARE procedure diagnostiche e chirurgiche NON necessarie nonchè esposizioni a sostanze chimiche e radiazioni? 

Una nuova ricerca finanziata dal National Cancer Institute (USA ndt)  e pubblicata negli Annals of Internal Medicine, ha effettivamente rivelato che fare una mammografia annuale porta ad un aumento di rischio di risultati falsamente positivi e biopsie non necessarie, rispetto a mammografie fatte ogni 2 anni.

Dopo aver analizzato piu' di 386.000 mammografie di circa 170.000 donne in un periodo di 10 anni, lo studio ha trovato che il 61 percento di coloro che avevano ricevuto una mammografia annuale, almeno una volta venivano richiamate per un controllo, anche se non avevano un cancro. In aggiunta a queste, il 7-9 percento aveva ricevuto una biopsia non necessaria. Questo viene paragonato al 42 per cento e rispettivamente  al 5-6 per cento di donne che hanno fatto la mammografia ogni 2 anni.

Inoltre, la ricerca ha mostrato che le mammografie annuali non erano piu' efficaci nell'identificare cancri nello stadio avanzato, rispetto a quello dell'altro gruppo di "ogni 2 anni".

... i risultati generali hanno portato Rebecca Hubbard, a capo della ricerca, a dire che i falsi positivi sono semplicemente "una parte del processo dello screening mammografico" . Purtroppo questo significa anche che molte donne sono sottoposte ad uno stress maggiore nonchè a trattamenti potenzialmente invasivi e dannosi senza alcuna ragione !

TUTTO L'ARTICOLO ORIGINALE QUI: 
http://articles.mercola.com/sites/articles/archive/2012/01/09/x-ray-mammography-screenings-finding-cancers-not-there.aspx?e_cid=20120109_DNL_art_1


FONTE: saluteolistica.blogspot



PER SFAMARE LA POPOLAZIONE MONDIALE NEL 2050 CI VORRANNO TRE PIANETI!



Tre pianeti per sfamarne uno! Tra meno di quaranta anni, per soddisfare le esigenze alimentari della popolazione del globo ci vorranno ben tre pianeti.
Il motivo? Consumiamo troppo, sprechiamo tanto e il cibo non basta più per tutti.
Nel giro di pochi decenni siamo arrivati a consumare molto di più di quanto il sistema agricolo mondiale riesca a produrre e - se le attuali tendenze non cambieranno - nel 2050, il cibo disponibile sulla Terra non sarà sufficiente a sfamare neanche un terzo della popolazione mondiale.
Ma la colpa è soprattutto degli sprechi: basti pensare che ogni anno 1,3 miliardi di tonnellate di cibo va nella spazzatura!


A rivelarlo è il quarto Forum internazionale promosso da Barilla Center for Food and Nutrition (Bcfn), dove Lester Brown, il fondatore e presidente di Earth Policy Institute (Usa), ha tenuto ad evidenziare che il 70% dell'acqua presente sul pianeta viene utilizzato non per bere, ma per produrre.
"Sono "otti-pessimista" - ha dichiarato Claude Fischler, direttore della ricerca Cnrs nonche' direttore del centro francese Edgar Morin - temo il peggio, spero il meglio. Va bene la diffusione di cibo a basso prezzo, ma se fatto solo di calorie vuote non va bene. E sono i più poveri e il Paesi in via di sviluppo quelli che, con maggiore obesità, consumano sacchetti di prodotti pronti, pasti grassi e poco salutari. Un tempo la gente mangiava solo in gruppo e il pasto era un rito conviviale. Oggi negli Stati Uniti, secondo Times News, il 70% dei pasti vengono consumati da soli, e questo è un fattore di ansia, velocizza l'atto del mangiare ma alimenta gli sprechi''.
"Molti cibi lavorati - ha aggiunto Antonia Trichopoulou, direttore Oms e nutrizionista presso l'università' di Atene - sono eccessivamente lavorati e la produzione non e' locale; anche la qualità nutritiva non è ottimale. Utilizzare nuove tecnologie va benissimo per costruire una filiera agroalimentare sostenibile, ma andrebbe consumata una quota pari al 20%-30% di cibo locale per non perdere la biodiversità".
Secondo quanto emerge dallo studio presentato al forum quindi, i fenomeni dell'obesità e dello spreco di cibo sono strettamente legati ai ritmi veloci della vita moderna, che induce a mangiare prodotti pronti, confezionati o precotti, di scarso valore nutritivo e spesso di pessima qualità.
Come risolvere il problema? Il quesito è naturalmente complesso, ma una sana educazione civica e alimentare, in grado di insegnare ai più piccoli l'origine del cibo e la sua importanza, unita alla riscoperta di alcuni valori tradizionali, come il pasto consumato tutti insieme attorno ad un tavolo (specie a cena quando si ha tempo), consentirebbe – con tutta probabilità – di invertire la rotta e ridimensionare la gravità degli scenari futuri.
In breve, basta voltarsi e fare un passo indietro nel tempo, per riscoprire il valore del cibo, non solo come alimento in sé, ma anche come prodotto del lavoro dell'uomo e della natura, elemento di condivisione, partecipazione e appartenenza ad un territorio e alle sue tipicità.

FONTE: Greenme.it

martedì 27 novembre 2012

CI STIAMO "MANGIANDO" LA TERRA


Consumati pro capite ogni giorno 29 chili di suolo; 2,2 tonnellate di acqua e 4,1 litri di gasolio



Sono 29 chili di suolo, 2,2 tonnellate di acqua e 4,1 litri di gasolio: ecco il pasto quotidiano del consumatore medio. È l’analisi presentata da Julian Cribb, un veterano della comunicazione scientifica, a una conferenza dell’Accademia australiana di scienze a Canberra. È una quantità di risorse incredibile e inaspettata, dunque, quella che ogni persona mediamente consumerebbe ogni giorno sotto forma di cibo. Risorse che sono sempre meno rimpiazzabili e rinnovabili.
7 MILIARDI DI PERSONE - Moltiplicando le cifre per 7 miliardi di persone, la quantità di pianeta divorata globalmente ogni giorno assume proporzioni gigantesche. «Prendiamo il suolo: secondo la Fao, la metà del pianeta è già degradato, e la Terra sta perdendo dai 75 ai 100 miliardi di tonnellate del suo strato superficiale ogni anno, che principalmente finisce in mare», ha dichiarato Cribb. «E il terreno impiega migliaia di anni a formarsi». Similmente critica è la situazione dell’acqua dolce, con più di 4 mila chilometri cubi d’acqua estratta ogni anno dal sottosuolo, con metodi in grande parte non sostenibili. Infine il petrolio: una grave crisi si avvicina, secondo l’autore australiano, dato che la produzione dell’industria automobilistica mondiale cresce 8-10 volte più rapidamente di quella del petrolio: siccome la produzione di cibo richiede il 30 per cento dell’uso globale di energia, l’impatto potrebbe essere enorme.
PUNTO DI NON RITORNO - L’impatto degli shock provocati dal raggiungimento di punti di non ritorno rispetto alla sostenibilità di alcuni sistemi-chiave è oggetto della discussione tra scienziati riuniti nella Seconda conferenza australiana Earth System Outlook, che si tiene questa settimana in concomitanza con il debutto della conferenza delle Nazioni Unite di Doha sui cambiamenti climatici. Gli scienziati analizzano alcune «bombe a orologeria» innescate dall’attività umana nell’attuale era storica, che alcuni hanno battezzato «Antropocene». Un aspetto critico è la perenne disconnessione tra la scienza del clima e la società. Secondo Cribb, per quanto riguarda il sistema-cibo globale, il punto di non ritorno nella crisi sarà raggiunto entro il prossimo mezzo secolo, a meno che cambiamenti radicali non vengano introdotti nell’agricoltura industriale, nelle città e nella dieta dei cittadini del mondo. Ciò dipenderebbe dalla sincronicità della penuria delle risorse che si verrebbe a creare.
VERSO UNA DIETA CREATIVA – C’è ancora tempo per cambiare, ma l’azione deve essere rapida e universale. Cribb lo ha sostenuto anche nel suo ultimo libro, The Coming Famine: the global food crisis and how we can avoid it, pubblicato nel 2010, che, oltre al cambiamento climatico e altri fattori quali la dipendenza da combustibili e l’allevamento industriale, puntava il dito specialmente contro la crescita mondiale della popolazione e il sovraconsumo. Alcuni esempi di opportunità per un cambiamento di rotta nel sistema-cibo mondiale sarebbero per esempio la crescita del 300 per cento dell’acquacoltura, il massiccio sviluppo della coltivazione delle alghe per la produzione di cibo, combustibile e plastiche, la crescita dell’agricoltura urbana e la diversificazione delle colture. «Ci sono 25 mila piante commestibili sul pianeta Terra, e il 99 per cento di esse sono sconosciute alla maggior parte della popolazione», ha concluso Cribb, quindi non abbiamo ancora esplorato il potenziale alimentare del nostro pianeta. Sarà un’epoca di eccitante scoperta di diete nuove, salutari, interessanti e sostenibili».
FONTE:corriere.it